6 settembre 2015….La foto di Bodrum

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Oggi sono a decine i fumettisti di tutto il mondo che omaggiano il piccolo Aylan Kurdi, il profugo di 3 anni fuggito dalla Siria e ritrovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, dopo essere naufragato durante la traversata per arrivare in Grecia, postando le loro immagini su Twitter usando l’hashtag #HumanityWashedAshore
E lo fanno in un modo tutto loro: disegnando il piccolo, ora compianto dai pesci che abitano il mare, ora addormentato in una culla…..

Io ho pensato a lungo se scrivere un post o non scrivere un post sull’argomento, ma poi non sono riuscita a non farlo.

Sono bastate poche ore perché l’immagine del piccolo Alyan sulla spiaggia di Bodrum, facesse il giro del mondo sulle prime pagine dei quotidiani e tra le bacheche dei social network.
In poco tempo il dibattito sull’opportunità di pubblicare la foto del corpo senza vita del bimbo sulla riva di Bodrum ha rapidamente sostituito il dibattito sul fatto stesso.

Ma lo scandalo non è la foto, è il cadavere; non è averla pubblicata, è discutere dell’etica della comunicazione, invece che dell’etica della guerra e delle politiche sulla migrazione.
Per alcuni quella foto è una parte di realtà che scuote le umane coscienze e che può dare fastidio solo a chi non vuole vedere quello che accade.
Ma ci sono anche quelli che pensano che quella foto sia sciacallaggio mediatico, un utilizzo improprio della morte, un abuso di minore e che hanno additato come privi d’umanità i quotidiani che hanno osato «sfruttare la tragedia» per accaparrarsi lettore.

Ma siamo sicuri?
Nell’era delle immagini, non tutte le immagini sono uguali e molto probabilmente nessuna ha il potere di educare o di formare chi le guarda, però ogni immagine tocca corde sopite della sensibilità di ciascuno di noi.
Moltissime si sommano nel flusso mediatico, ma poche hanno il potere di fermarlo.
Questo potere ha, almeno a mio parere, la foto di Bodrum.

Da mesi, da anni, siamo tutti abituati a vedere immagini “dell’emergenza migranti” come di una invasione di massa, indistinta e potenzialmente violenta.
Foto di barconi stracolmi e vacillanti, foto di corpi provati, foto di cadaveri galleggianti senza nome e senza sepoltura. Il messaggio è sempre lo stesso, un’odissea di massa di uomini, donne e bambini senza nomi e senza storie.

La foto di Bodrum è l’esatto contrario. La foto del piccolo Alyan ha sconvolto i più come se fosse la prima volta che capita una cosa del genere, come se lui fosse stata la prima piccola vittima di un viaggio finito male, come se Alyan Kurdi, fosse stato un’eccezione.

Perché?
Perché c’è un bimbo, solo, inerme con i suoi pantaloncini blu e la sua maglietta rossa riverso sulla riva del mare come un relitto.
Perché c’è un militare che lo prende fra le braccia; ma non è un militare schierato a difesa di un confine, ma al contrario è solo un uomo che compie un gesto di pietà a soccorso di un bambino.
Un gesto di umana compassione che chiunque di noi compierebbe.

Questa foto appartiene a quelle immagini che hanno cambiato la nostra percezione dei grandi eventi storici.
La foto di Bodrum ci ricorda che la Storia è fatta di storie di uomini, donne e bambini, la cui condizione umana è vulnerabile ed esposta alla violenza e la cui salvezza può venire solo dall’aiuto dell’altro che la raccoglie.

Se esiste un modo per rendere giustizia al piccolo Alyan Kurdi, non è inserire l’immagine del suo corpo riverso sulla spiaggia di Bodrum nei libri di storia per ricordarne la tragedia, ma mantenere viva la voglia di aiutare concretamente i siriani in fuga dalla guerra.

Valentina😘😘😘

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